#34

HOUNCUORENUOVODIPLASTICARO
SAANCORAIMBALLAT
ONELPLURIBALL
Senti.
Come.
Batte.
ONELPRURIBALL
SAANCORAIMBALLAT
HOUNCUORENUOVIDIPLASTICARO

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10 e-mail (all’indirizzo sbagliato)

1#
da
a
data 4 settembre 2010 16:16
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

ho una ruga nuova disegnata in faccia
una ruga di silenzio.

la notte mi stropiccia gli occhi
quando il futuro è una carta unta

2#
da
a
data 21 agosto 2010 19:02
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

la faccia mia a due dimensioni
– come ci cambia il tempo;
la faccia mia tagliata a metà in un ritratto in bianco e nero
io che non sorrido
tu che mostri i denti tuoi da squalo
– come ci invecchia il silenzio.

3#
da
a
data 21 agosto 2010 15:34
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

ho perso tutte le mie rime
(ti ricordi come mi venivano facili?)
gli endecasillabi sciolti e le assonanze
mi è rimasto l’orgoglio e una tazza sbeccata a colazione
e con questo poco metto su un giro di versi
che non sono manco una poesia

4#
da
a
data 19 agosto 2010 00:27
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

che Pasolini non è che sia poi questo grande romanziere è cosa detta
e tu sempre che lo facevi diventare una guerra, il discorso,
e tutto diventava Moravia contro Pasolini, Agostino contro Teorema,
quando tutto, alla fine, era semplicemente me contro te.

5#
da
a
data 5 agosto 2010 12:50
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

dentro a questa casa
che c’è sempre vento
sempre una finestra che sbatte
dentro a questa stanza
– la mia. la nostra –
che c’è sempre musica, troppi libri
e non c’è mai abbastanza spazio per i miei pensieri appesi alle pareti
dentro a questa casa

6#
da
a
data 23 luglio 2010 19:43
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

mi sono comprato un foulard che non ti sarebbe piaciuto
ci sta un bosco di ibiscus disegnato sopra
e un colibrì striminzito che va di corolla in corolla
un foulard che neppure mia nonna se lo sarebbe mai messo
un foulard che fa ridere i polli – così m’avresti detto;
un foulard che mi avresti riso dietro per sei mesi
e me lo sarei messo solo per farti dispetto
mi sono comprato un foulard che adesso non fa ridere proprio nessuno
un foulard che adesso non serve proprio a niente.
Era tanto per spendere soldi – così m’avresti detto;
era tanto per farti dispetto.

7#
da
a
data 19 luglio 2010 10:19
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

Avevi il passo di una volpe, stanotte,
te ne andavi dentro al buio di uno dei miei sogni
a nasconderti dentro la cesta dei panni sporchi
ti facevi piccolo piccolo e ti mettevi dentro a uno dei miei calzini.
Mi sono svegliato che c’erano rimaste solo le impronte dentro buio,
il buio mio, che una volta era pure tuo.

8#
da
a
data 16 luglio 2010 02:47
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

ci stanno certe sere, tutte uguali,
messe una in fila all’altra
messe in riga come le formiche dentro la dispensa,
certe sere che io non prendo sonno
e mi rigiro dentro al letto
conto gli angoli e gli spigoli
conto i passi dell’appartamento di sopra
tengo il tempo meglio dell’orologio alla parete
certe sere che non resisto sdraiato
che mi devo alzare per forza
per mettere i pensieri in ordine sugli scaffali
tirare via l’ultima sigaretta dal pacchetto
certe sere che mi affaccio dalla finestrella piccola del bagno
coi palazzi di Tor Bella Monaca dirimpetto che non riposano mai
e ci sta sempre uno, sottopalazzo, che bestemmia Dio e la Madonna
e l’antifurto di una Clio che si lamenta a intervalli regolari
certe sere che mi faccio vaso e appassisco alla finestra
certe sere che solo la luce accesa fa coraggio
perché adesso pure il buio fa paura, paura come quando ero piccolo,
certe sere che mi faccio largo con le gambe dentro al letto,
stiro i piedi fino a toccare l’altra sponda
l’alluce mio contro il ferro
e mi stendo piano dentro a questo letto nostro
che non mi era mai sembrato tanto grande

9#
da
a
data 15 luglio 2010 23:10
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

ci sta un momento della serata, a cena finita,
che tutti gli ospiti a due a due si raccontano le vacanze,
dei cani sciolti sulla spiaggia di Viareggio
di una fogna a cielo aperto in una villa di Posillipo
d’una cantante di fado e di una viola in mezzo al porto di Lisbona
ci sta un momento della serata che io me ne esco zitto zitto in terrazzo
con la scusa della sigaretta e mi faccio solo solo un pianto
neanche tanto silenzioso e nessuno se ne accorge.
È il momento più infame della serata,
quello in cui ti scrivo questi undici versi sparsi e senza rima
questi versi senza senso che non fanno manco una poesia

10#
da
a
data 13 luglio 2010 23:50
oggetto R: qualcosa di mio, che prima era tuo

un buco dentro al primo cassetto
i boxer che non mi hai riportato
i calzini spaiati, appallottolati a uno a uno
(come se fosse la biancheria il ricordo mio che vuoi tenerti)
una cornice vuota poggiata sulla sedia, la scritta “Memories”
la foto tua che chissà dove s’è infilata:
in mezzo a un libro, sotto al letto,
tra materasso e rete,
tra due cuscini di ovatta – forse ti volevi solo riposare.
Tengo la porta abboccata stanotte
non si sa mai decidessi di tornare.

1bis#
da
a
data 10 luglio 2010 15:06
oggetto qualcosa di mio, che prima era tuo

guarda, che dentro a quel libro che ancora non m’hai ridato
quel libro che è l’unica cosa che non mi devi ridare
quel libro che tanto non mi è mai piaciuto (quello postumo di Tondelli)
appuntate a matita sotto al frontespizio
con un asterisco che rimanda all’ultima pagina
dentro a quel libro ci stanno scritte le mie parole
tutte quelle che non mi hai dato il tempo di mettere dentro a un discorso
tutte quelle che, sommate a queste, fanno un addio.

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DEVO.AVERE.CALMA

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da “I diari di una isterica”

Ho un microchip isterico piantato nel petto.
IONONRESPIRO
guarda: Cuore Sacro di Gesù
IONONSENTO
ascolta: Senti. Come. Batte.
IONONCONOSCOLABELLEZZADELCREATO
Non. Comprendo. Le. Parole. Di. Cristo
La gente mi guarda. Mi ferisce
Ritrovarmi. Ferito. A. Morte
IOODIOLEDOMENICHEPOMERIGGIO

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Alida delle rose

A maggio era là. Poi arrivò settembre, si levò il vento, si spogliarono i rami e scheletri neri di foglie marcite s’incastonarono tra i capelli. Ma a maggio la si poteva vedere ancora là, accosciata su una panchina dei giardinetti di piazza Mancini, il pomeriggio, a godersi il sole. Coi capelli color delle patate legati dietro la nuca, gli occhialoni neri calati sugli zigomi e la sigaretta sempre accesa sulle labbra.

Di notte, poi, marciava instancabile avanti e indietro sotto il portico della stazione. Coi tacchi laccati d’azzurro, gli occhi dipinti di turchino. I capelli sciolti sulle spalle. La sigaretta sempre accesa sulla bocca di fuoco. Le cosce all’aria, lucenti dei riflessi dei lampioni, sotto la gonna sfilacciata e il corpetto che le strizzava in cielo le zinne posticce. Le auto rallentavano passando. Occhi avidi sbirciavano dai vetri abbassati, controllavano la mercanzia. Sceglievano, facevano qualche altro giro attorno a piazza Esedra, infine accostavano. Lei tuffava la testa dentro lo sportello, contrattava un poco sul compenso e se giudicava il cliente decoroso, pulito, rassicurante, saliva.

Alle cinque del mattino prendeva l’autobus e si sedeva dietro il conducente per sentirsi più al sicuro. Poi, prima della sua fermata, strizzava l’indice contro il bottoncino rosso. Scendeva a Tor di Quinto e imboccava la pista ciclabile, mentre Roma ancora addormentata si specchiava sulla superficie torbida del fiume.

La domenica, invece, se ne andava al roseto comunale. Coi capelli legati dietro la nuca, gli spessi occhialoni scuri, la sigaretta sempre accesa sulle labbra, il naso tuffato in un qualche bocciolo odoroso.

Il nome se l’era scelta da sola: Alida. Le ricordava l’infanzia, sua madre e le vecchie pellicole che guardavano assieme, sedute davanti a uno schermo in bianco e nero. Morbide onde di capelli fissati col ferro caldo, labbra dipinte, traslucide, ciglia lunghe sotto l’ampio arco della fronte. Si diceva “da grande sarò come lei, sarò Alida Valli” e forse alla fine un poco lo era diventata.

Alida si truccava coi tester dei magazzini generali, senza curarsi se la commessa guardasse o meno. Comprava vino nel cartone e condom fruttati. Pagava con sacchetti di spiccioli che rovesciava sulla cassa. I soldi di carta invece se li teneva stretti tra le zinne posticce. Poi andava ai giardinetti e ci restava un paio d’ore, non di più, tra la gente normale. Più tardi, scendeva sotto ponte, alla baracca galleggiante che chiamava casa, con le buste della spesa ancorate al polso. Accendeva il fuoco sotto la moca e sull’altra piastra del fornelletto scioglieva la cera. Si sedeva sul water, con la sigaretta sempre accesa, le cosce aderenti alla tavoletta scardinata e il sesso pallido, floscio, tra la carne traboccante. Poi allungava un polpaccio sul lavabo, ci passava sopra una pennellata di cera calda, c’incollava una strisciolina di carta, l’appiattiva perché aderisse e infine la strappava via. Si disegnava allo specchio l’arco delle sopracciglia e il contorno della bocca. Si spolverava le palpebre con una sfumatura d’azzurro. Poi s’infilava nella vasca e si strofinava ovunque. Alla fine si vestiva, con la minigonna sfilacciata, il corpetto azzurro e i tacchi laccati. Certe volte, per gioco, davanti allo specchio, si infilava una mano sotto gli abiti. La chiudeva a pugno all’altezza dello stomaco, a simulare l’attesa per un ospite che tardava ad arrivare. Oltre il davanzale scendeva la notte. Quando la superficie limacciosa del fiume s’appiattiva, prendeva tinte indefinite, indistinte, color del fumo, terra bruciata, carbone, Alida si sedeva di nuovo dietro il conducente, mentre la città oltre i vetri cadeva nel sonno. Marciava di nuovo sotto i portici della stazione. Avanti, indietro. Le auto rallentavano, esaminavano, facevano la loro scelta, infine accostavano. Lei contrattava, ispezionava, sceglieva, se le andava a genio saliva.

A maggio la si poteva vedere ancora là, di pomeriggio, accosciata ai giardinetti. Coi capelli color delle patate, gli occhialoni calati, la sigaretta sempre accesa. O sotto il portico della stazione, di notte, coi tacchi laccati d’azzurro, gli occhi dipinti di turchino, i capelli sciolti sulle spalle. Oppure al roseto comunale, di domenica, col naso tuffato in un qualche bocciolo odoroso. Poi arrivò settembre, s’alzò il vento che spogliò i rami. Una mattina col cielo chiuso, grigio, compatto come un soffitto, il fiume la restituì. Neri scheletri di foglie morte incastonati tra i capelli. Un trafiletto smilzo sul quotidiano disse poco di lei. Titolò semplicemente “marchetta affogata” e nessuno si chiese altro. Né come fosse vissuta né come fosse scivolata nel fiume. Il giornale disse solo “marchetta affogata”. Non disse altro. Non disse Alida: Alida dei giardinetti, Alida delle rose.

tratto da “Roma per le strade 2” (Azimut, 2009)

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Cinquantamila in una banconota sola

Marco è qui, nella mia camera da letto. In piedi, contro il muro. Si tiene stupidamente le mani nelle tasche. Sta aspettando. Non parliamo. Tra noi la conversazione non è richiesta. As­petta. Io me ne resto disteso sul letto. Fisso un punto qualsiasi del soffitto. Lui sospira. Provo a sorridergli. Non ricambia. As­petta. Ha in faccia quello sguardo cretino che odio tanto. Quel­l’espressione che mi fa girare le palle. Ma stasera no, non ho voglia di litigare. Si finisce sempre per urlare, io e Marco. Abbiamo lo stesso maledetto carattere. Vorrei soltanto potermene stare tranquillo, solo, senza il suo fiato sul collo. Vorrei dirgli vai via, ma sarebbe una cattiveria. Marco ha solamente bisogno di una rassicurazione. Non mi giudica. Non mi rim­pro­vera. Non abbiamo nulla, davvero nulla da dirci. Vorrebbe solo che io lo rassicurassi. Vuol sentirsi dire che no, certe cose proprio non cambieranno mai, neppure adesso. Neppure ora che son venuto a stare col mio amore. Neppure ora che ho giornate piene di niente, mentre il mio amore è al lavoro. Si potrebbe stare assieme anche adesso, io e Marco, nessuno ce lo impedirebbe. Ma adesso no, non ho proprio voglia. Intanto Marco aspetta, là, impalato, come un ebete. Fa pena, fa pena a guardarlo. Non somiglia per niente al diavolo. Il diavolo tentatore di cui ti raccontano al catechismo. No Marco no, per niente. Somiglia a me, questo sì, e io odio che mi somigli così tanto. Gli stessi occhi idioti in mezzo alle tempie, troppo vicini, troppo pic­coli. La faccia larga, troppo larga. Ci si potrebbe cuocere so­pra una frittata. Verrebbe perfetta. Tonda e perfetta. Marco mi so­miglia. E io odio questa somiglianza. È come stare davanti allo specchio.
Sa leggermi i pensieri. Anche adesso sa perfettamente a cosa penso: alla sua faccia da padella. Per questo ha smesso di guardarmi. È permaloso, esattamente come me. Stupido e permaloso. Ci somigliamo troppo. Lo odio. Mi dà ai nervi. Lui lo sa, lo capisce. Vorrei potergli dire vai via, ma non lo faccio. Sarebbe una cattiveria. Sarebbe come disfarsi d’un amico cretino, uno di quelli che non sai perché ci esci insieme, forse per compassione, forse tanto per non stare da solo. Una cattiveria gratuita. Il mio amore ha telefonato cinque minuti fa. Non torna per cena. Stasera solo io e Marco che non posso soffrire e che non posso cac­ciare di casa a calci. Che non vuole andarsene spontaneamente. Vuole essere cacciato. Questo vuole. Che stronzo che è. Vuol farmi sentire in colpa. Mi ci tiene legato con questa storia del senso di colpa. Che stronzo che sei, Marco che adesso ridi. Ridi perché tu i miei pensieri li conosci tutti. Li ascolti. Li indovini. Che stronzo che sono a darti retta.

***

C’è uno specchio invisibile che ci separa. Mi somiglia, ma non è uguale a me. Mi rifiuto di crederlo. Marco è ostinato, io ar­rendevole. Marco porta in faccia i miei stessi occhi, ma dentro ci tiene un’espressione non mia, che non voglio. Quegl’occhi ma­­lati. Ti squadrano. Ti perlustrano dalla testa ai piedi. Ti fissano il culo. Ti ammirano le spalle, i peli quando ti escono dal colletto della camicia. Ti si fermano sull’inguine. Marco ha occhi da troia, io mi rifiuto di somigliargli. Se la ride, il cretino, se la ride ancora, là, in piedi, contro la parete. Mi guarda e ride. Che cazzo ci troverà di divertente in questi miei pensieri. Ha una risata da perfetto idiota. Ride buttando l’aria fuori dal na­so, coprendosi la bocca con una mano perché sotto i denti so­no irregolari e scheggiati, proprio come i miei. Io non rido, non ho voglia. Non mi fa ridere per niente. Mi infastidisce quando ride e lui allora me lo fa per dispetto. Quanto mi somigli, mi somigli pure quando ridi! Siamo identici. Uguali. Gemelli. Ma a me questa parentela proprio non va. Io mi rifiuto d’averti per gemello, Marco. Rifiuto questa complicità sporca che mi chiedi, la volgarità che hai nella camminata, in quel modo schifoso di ondeggiare coi fianchi. Fai schifo Marco. Tu mi hai fatto fare le cose più schifose. Io con te non voglio averci più nulla a che fare. Allora ride ancora più forte. Lo sa che non è vero: che non potrei fare a meno di lui, anche se di lui mi vergogno. Che stronzo che sei. Quanto mi somigli. La stessa faccia da idiota. Ma non siamo uguali, Marco, mettitelo in testa.

***

Il nome gliel’ho dato io. Gli sarebbe certamente piaciuto di più portare il mio. Ma io no, mi sono rifiutato. “Io sono io e tu sei Marco, ricordatelo: non siamo uguali, non siamo la stessa persona”. Per questo gli ho dato un nome diverso: per distinguerci. Mi è saltato in testa un giorno, spontaneamente. È successo quando avevo quindici anni e Marco ancora non c’era, non esisteva. Andavo al liceo. Forse quindici anni non li avevo ancora compiuti. Uscivo da scuola. C’era un’ampia scalinata. Poi un giar­­dinetto striminzito, pieno di erbacce, qualche volta ci fiorivano in mezzo due o tre siringhe. C’era un tizio che si metteva davanti al cancello ad aspettare. Stava zitto. Sempre zitto. E mi guardava, certe volte sorrideva o mi squadrava proprio come fa Marco quando è in vena. Io l’avevo già visto. Era grande. Molto grande. Quarantacinque, forse cinquant’anni. A me, al­lora, sembrava un vecchio. Una faccia conosciuta. Qualche volta avevo la sensazione che mi seguisse. Casa mia non era lontana. Io tornavo a piedi. E lui, certe volte, mi seguiva. Non mi faceva nessuna paura. Un giorno scesi la gradinata, oltrepassai il cancello. Mi guardai attorno e lui non c’era. Per set­tima­ne e settimane me lo ero ritrovato sempre davanti all’uscita, quella mattina invece no, non c’era. Mi sentii sollevato. Mi incamminai. Cinquanta metri a piedi. Faceva freddo. Cin­qua­nta metri e poi da dietro sentii arrivare una macchina. Andava piano. A passo d’uomo. Per questo la notai. Non mi girai. An­dai avanti. Altri cinquanta metri e poi la stessa macchina mi sfrecciò davanti, s’accostò al marciapiede. Lo sportello aperto. Andai avanti e la macchina mi seguì. Buttai dentro un occhio. Così, istintivamente. Il tizio alla guida mi sorrise. Mi fece cen­no di salire. Non mi faceva nessuna paura. Io, non so perché, accettai. Una faccia conosciuta, in fondo. Mi portò a casa sua. Ap­pena finito mi rifilò cinquantamila lire in una banconota sola. Io cinquantamila lire in una banconota sola le avrò viste a quell’età solo a Natale. Appena finito disse mi piacerebbe ri­vederti ancora. Io pensavo alle cinquantamila lire in una banconota sola. Feci sì con la testa. “Come ti chiami?”. E io: “Marco”.

***

Adesso Marco ha i lucciconi agli occhi. Si commuove quando ascolta questi pensieri: quando ricordo il giorno in cui gli ho dato un nome. Che stronzo che sei, Marco. Adesso vorresti che io ti seguissi. Che si uscisse insieme a scovare un ragazzetto al­la stazione. Che schifo che mi fai. Ma adesso no, adesso non si può più. Adesso che sono venuto a stare col mio amore. For­se dura, forse non resisto un mese. Ma ci devo provare, Marco, cerca di mettertelo in testa. Io adesso non ci voglio proprio più uscire con te. L’ho fatto per una vita. Adesso sono stufo. Ades­so voglio fare le cose fatte per bene. Non mi tentare. Tanto non ci riesci. Vattene, vorrei dirti. Non guardarmi. Non farti ve­de­re. A questo penso adesso, questo voglio: che Marco se ne va­da per sempre. Ma lui è sordo, non mi dà ascolto quando non vuol capire. Vattene, dovrei dirgli. Ma sarebbe una cattiveria: sarebbe come cacciare di casa il cane perché ha pisciato sul pavimento. E lui lo sa, lo sa che non posso cacciarlo. Per questo sta qui, in piedi, nella mia camera da letto, contro il muro. Le mani dentro le tasche. E aspetta: aspetta che io lo rassicuri che no, certe cose non cambieranno proprio mai, neppure a­des­so. Che resteremo gemelli per sempre. Ma stasera non ho testa per pensare a te. Stasera no, ho troppo sonno. Non ci vengo. Do­mani non lo so. Tu aspetta. Aspetta. Forse cambio idea. Però che schifo che facciamo, Marco.

tratto da “Controcuore” (Azimut, 2010)

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da “5 e-mail (all’indirizzo sbagliato)”

1bis#
da
a
data 10 luglio 2010 15:06
oggetto qualcosa di mio, che prima era tuo

guarda, che dentro a quel libro che ancora non m’hai ridato
quel libro che è l’unica cosa che non mi devi ridare
quel libro che tanto non mi è mai piaciuto (quello postumo di Tondelli)
appuntate a matita sotto al frontespizio
con un asterisco che rimanda all’ultima pagina
dentro a quel libro ci stanno scritte le mie parole
tutte quelle che non mi hai dato il tempo di mettere dentro a un discorso
tutte quelle che, sommate a queste, fanno un addio.

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